Le narrazioni possibili di una pandemia

Nell'incertezza che governa le nostre vite, sono veramente pochi i punti fermi. Uno di questi è strettamente collegato all'importanza del narrare da parte dell'Homo sapiens. Etimologicamente il termine deriva dalla radice -gna, ossia rendere noto, mentre il suffiso -zione deriva dal latino catione e trasmette il carattere semantico dell'agire, del gesto, appunto, del narrare.

L'atto del narrare attraversa la storia dell'uomo e ne mette in mostra urgenze psicologiche e interiori oppure esigenze pratiche concatenate con  l'esercizio del potere; molto spesso entrambe le necessità. La narrazione nei fatti non è la realtà "vera" ma una versione di quella realtà, che può essere anche molto fedele, ma certamente diviene oggetto di interpretazione e manipolazione da parte di chi narra, da colui  che mette in atto quel fenomeno comunicativo con lo scopo di condividere esperienze collettive e di "costruire una memoria".

Risultano molto interessanti le teorie elaborate dagli psicologi italiani Cesare Kaneklin e Giuseppe Scaratti che hanno confermato la straordinaria importanza della narrazione come strumento insostituibile per la costruzione di significati e per la facilitazione dei processi  di cambiamento sociale e organizzativo, in quanto il punto di vista narrativo risulta connesso alle modalità esperite dai soggetti di attribuzione di senso agli eventi e alla realtà.

La riflessione che scaturisce da queste affermazioni non può non portare alla nostra attenzione la narrazione di un fenomeno globale come la pandemia che ha colpito il pianeta in questo 2020.

Il discorso è complesso e allo stato attuale non risulta possibile affrontarlo in maniera esaustiva,  in quanto ancora in essere, anche perchè credo che prossimamente ne sentiremo e vedremo delle belle; tuttavia è possibile cercare di fare ordine e categorizzare, seguendo l'idea del sociologo Marco Pedroni, la narrazione dell'evento in tre settori ben definiti:

  1. Narrazione istituzionale;
  2. Narrazione domestica;
  3. Narrazione utopica;
Coronavirus
Fonte web
La narrazione istituzionale, in questo caso è la madre di tutte le narrazioni, quella che contiene tutte le altre, e si pone come l'atto più accreditato e certificato in quanto messa in atto da politici, virologi, medici, infermieri, pazienti, vale a dire i soggetti direttamente implicati nella vicenda. Il martellamento mediatico è stato imponente, finalizzato in primis a dettare regole di comportamento per limitare la diffusione del virus, e in seconda battuta a mostrare gli effetti devastanti del Covid; celebre l'immagine dei camion militari che escono dalla città di Bergamo carichi di bare. Ciò che ha colpito nei mesi del lockdown, è stata la forma scelta per narrare la vicenda. E' stato scelto un profilo "militare". Il comandante in capo, leggi Presidente del Consiglio, che detta periodicamente le regole; rappresentazione delle terapie intensive come trincee dove è facile perdere la vita; esaltazione di atti di eroismo da parte di medici e paramedici; militarizzazione delle città con conseguenti atteggiamenti "fanfaroneschi" da parte di chi era preposto "solo" a effettuare dei controlli; creazione di un numero indefinito di "caporali" addetti a far rispettare le regole; raccontare di uno stato di guerra contro un nemico invisibile e cominciare a parlare fin da subito, di una rinascita dalle macerie  proprio come dopo una guerra. La narrazione istituzionale con i suoi "bollettini di guerra" a scadenza giornaliera con tanto di colpiti, deceduti, contagiati e solo in ultimo guariti, secondo il mio parere, ha avuto delle zone d'ombra.  Consultando i numeri di questa pandemia si scopre che i guariti sono molti, ma a fronte di questo dato non è stata data alcuna rilevanza all'aspetto di come sono guariti questi soggetti. Vale a dire, cosa è stato somministrato a questi ammalati per farli uscire dal tunnel della malattia?
L'attenzione è stata concentrata esclusivamente sulle vittime, mettendo in atto una narrazione con toni anti-scientifici, dove per il mostro venuto dagli inferi, per colpire l'empietà umana, tranne un vaccino al di la dal venire, non esiste antidoto. Tale atteggiamento stona e non è ne congruo, ne veritiero sulla base dei dati forniti, se pensiamo alla comunicazione che viene messa in atto per la ricerca contro il cancro. In questo caso, ci viene continuamente detto che la ricerca fa passi da gigante, che parecchie forme tumorali sono sempre più curabili, che l'aspettativa di vita è aumentata e che l'atteggiamento fiducioso e positivo verso la scienza medica da i suoi frutti (371.000 diagnosi nel 2019, fonte www.salute.gov.it). Quindi, da un lato non ci viene fornita nessuna indicazione su quale molecola sia indicata per contrastare il Covid, in realtà pare ce ne siano circa venti, dall'altra parte si segue la ricerca, che sembra vada a gonfie vele, e ci vengono forniti attraverso i media tutti i dettagli sullo stato dei lavori scientifici.





"Una cornice retorica è un sistema di metafore che determina il nostro modo di pensare. […] Se parlo del contenimento di un contagio come di una guerra, con i suoi caduti, i suoi eroi, i suoi martiri, i bollettini giornalieri dal fronte, gli ospedali come trincee, le battaglie quotidiane, gli alleati, il virus che diventa ‘un nemico’, questo mi porterà ad applicare la stessa cornice anche ad altri casi, quasi senza accorgermene. 

In tempo di guerra, chi esprime delle critiche sulla condotta dei generali è un disertore, chi non si allinea al pensiero dominante è un traditore o un disfattista, e come tale viene trattato. In tempo di guerra, si accetta più facilmente la censura, l’esercito per le strade, la restrizione delle libertà, il controllo sociale. " Wu Ming 2 - intervista di Sanzia Milesi


Luogo fondamentale per divulgare la narrazione domestica sono stati i social network. Migliaia di video e fotografie hanno inondato la rete per documentare l'attività "resistenziale" di milioni di italiani che tra una canzone sul balcone, tra momenti identitari con tanto di bandiere tricolori, esaltazioni nazionali espresse anche tra i fornelli e con i calici in mano hanno cercato di far passare il famigerato  lockdown nel miglior modo possibile. Questa narrazione casalinga diviene difensiva e divide ciò che è dentro la casa e ciò che è fuori. Le mura domestiche ci salvaguardano dal virus, che fuori è ovunque, perfino sulla superficie stradale. Dalla trincea/balcone si può mirare e sparare improperi al runner, che in solitudine sta facendo un giro di palazzo, legittimando l'idea di legalità e adesione alle regole; star bene con la propria coscienza e non disertare dalla guerra in atto.

Inoltre la narrazione domestica è anche il racconto dell'esperienza del telelavoro, terreno quasi del tutto inesplorato finora in questo paese. Si è scoperto che il telelavoro permette di risparmiare il tempo e il denaro riservato agli spostamenti, ma allo stesso tempo si mostra come faticoso e alienante per il semplice fatto di non cambiare mai luogo e non incontrarsi con nessuno. La socialità forse riesce a fornirci continui stimoli che se siamo sempre noi, il computer e la nostra stanza vengono a mancare. Lo stare a casa ha messo tutti davanti a importanti riflessioni individuali e di relazione. Una situazione di sogno, non reale e soprattutto mai verificata prima, dove sono emersi i sempre più trascurati aspetti di classe. Bisogna ammettere che è molto diverso stare tre mesi in una villa con giardino e spazi interni adeguati e passare lo stesso tempo in un mono/bilocale in periferia, magari senza balcone. Il "tempo" si relaziona con il "come" e il risultato non potrà mai essere lo stesso.

 

"Quando il Governo pone come obiettivo lo ‘stare a casa’ e non ‘stare a distanza gli uni dagli altri’ sta agendo secondo una logica simbolica che di razionale ha veramente poco. I casi della casa per anziani e del convento infettati stanno lì a dimostrare che non ci sono spazi ‘privati’ sicuri contrapposti a spazi ‘pubblici’ infetti […] C’è insomma un immaginario simbolico che enfatizza la frattura assoluta tra spazio privato e spazio pubblico […] #IlStoAllaLarga, allora, non più #IoRestoAcasa. Non è la strada il posto pericoloso, è la vicinanza tra le persone, il posto assolutamente da evitare". Pietro Vereni


La narrazione utopica è invece proiettata verso il futuro, una storia ancora da raccontare e modellata sulla coscienza e sui desideri di alcuni. Questo racconto ha come motore il superamento dell'ideale globalista, la riscoperta di forme di solidarietà e il problema dei cambiamenti climatici. Secondo questo tipo di narratori, l'uomo ha solo da imparare da questa pandemia e con il suo raziocinio deve cogliere questa occasione per cambiare rotta. Il canale privilegiato di questa narrazione, riservata ad un manipolo di intellettuali, è tanto il mondo dei media che quello dei social network. La narrazione utopica è una critica al capitalismo e al suo modello di sviluppo, un racconto di nicchia destinato a vendere poche copie, che coglie l'occasione propizia della pandemia per giustificare le proprie tesi, probabilmente non errate, ma tradizionalmente minoritarie e di scarso interesse per il grande pubblico. Il sogno di questa narrazione è svegliarsi dall'incubo di questa guerra contro il nemico invisibile, avendo imparato la lezione e poter essere finalmente migliori. 


Bibliografia:

Cesare Kaneklin e Giuseppe Scaratti(a cura di), Formazione e narrazione. Costruzione di significato e processi di cambiamento personale e organizzativo, Cortina, Milano, 1998

Marco Pedroni, Narrazioni Virali. Decostruire (e ricostruire) il racconto dell'emergenza coronavirus, Mediascapes journal 15/2020

Sitografia:

http://www.vita.it/it/article/2020/03/26/la-viralita-del-linguaggio-bellico/154699/

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