Cinema / Ariaferma: l'umanità contenuta nell'attesa

Confesso che nutrivo una certa curiosità nel vedere Ariaferma, l'ultimo lavoro del regista Leonardo Di Costanzo. Il film dopo essere stato proiettato al Festival del Cinema di Venezia è uscito nella sale nell'ottobre 2021. Dopo avere avuto molteplici candidature al David di Donatello, è riuscito a portarne a casa due: Migliore Sceneggiatura a Leonardo Di Costanzo, Bruno Oliviero e Valia Santella e Miglior Attore Protagonista a Silvio Orlando.


Il film riconnette il cinema italiano al grande cinema europeo, e di questi tempi plasmati da un preoccupante vuoto contenutistico realizzato attraverso una comunicazione fatua, Ariaferma è una bella sorpresa. Non sorprende invece che a realizzare un film del genere sia stato Leonardo Di Costanzo, regista ischitano classe 1958 capace di crearsi una solida reputazione come documentarista, tratto questo che si rinviene nel film in questione, dove le immagini riescono molto spesso da sole a restituirci lo spiritu loci degli ambienti, come allo stesso tempo, i sentimenti delle persone. 

La trama del film è estremamente semplice: in un carcere in dismissione arrivano dodici detenuti in attesa di essere smistati in altri istituti di pena. La sorveglianza dei nuovi arrivati spetta ad un piccolo nucleo di guardie penitenziarie coordinate dall'Ispettore Gaetano Gargiulo ( un ottimo Toni Servillo). Per non correre il rischio di cadere in un baratro di banalità e noia una trama così semplice ha bisogno di essere riempita di contenuti, ed è proprio su questo punto insidioso che Di Costanzo vince la sfida a mani basse realizzando una pellicola che si lascia guardare con attenzione fino alla fine. Il risultato viene perseguito per coerenza espressiva e per sottrazione: i dialoghi sono ridotti all'essenziale, le immagini ci rendono ambienti vuoti e malmessi, la colonna sonora  si presenta straniante e destrutturata e addirittura la prossemica recitativa ci comunica solitudine e un certo senso di vuoto.

In questo Deserto dei tartari in ambientazione carceraria ( i detenuti aspettano da un momento all'altro il trasferimento), dove il senso dell'attesa e dell'insondabile permettono di considerare il tempo che passa con più attenzione, si articolano  i rapporti tra detenuti e tra questi e le guardie, dove il dato che più si evidenzia è l'atteggiamento "umano" dell'Ispettore Gargiulo e del rapporto che si viene a creare tra questi e il detenuto Lagioia (Silvio Orlando). 



Ciò che si avverte con forza è come il lato umano riesca ad avere la meglio sulla disperazione insita nel luogo di detenzione. Il culmine di questo che sto dicendo si raggiunge quando dopo un blackout elettrico, l'Ispettore Gargiulo decide, assumendosene la responsabilità, di far consumare la cena ai detenuti in uno spazio comune prospicente le proprie celle: si mangia quindi tutti insieme il pasto preparato da Lagioia, detenuti italiani, nordafricani, di colore, giovani e meno giovani e addirittura lo stesso Ispettore. Tutti seduti intorno allo stesso tavolo a parlare del più e del meno, a raccontare le proprie vite. 

La società del controllo, argomento di stringente attualità, viene messa sotto scacco nel film da una robusta dose di umanità, da uomini apparentemente di diversa estrazione sociale, ma in fondo che si trovano sulla stessa barca. Ad un certo punto Gargiulo dice a Lagioia "Io e te non abbiamo nulla in comune" ma già mentre pronuncia queste parole sa di mentire: in realtà i due provengono dallo stesso quartiere di Napoli, hanno seguito strade diverse, ma si ritrovano ingabbiati entrambi nello stesso luogo in disfacimento.

L'ambiente carcere come l'ambiente sociale, contenitore che non lascia scampo dove per salvarsi è necessario aggrapparsi al salvagente dato dalla socialità, dal realizzarsi come uomini, dal confronto tra entità diverse. Dove diviene fondamentale andare oltre le apparenze, mettere in secondo piano i ruoli, che da sempre generano diffidenza e paura.

Un film dalla parte degli esseri umani quindi, che attraverso la rottura del silenzio riescono a scardinare il Panopticon organizzato dal Potere che come canta Francesco Guccini in Don Chisciotte: 

"Il potere è l'immondizia della storia degli umani, e anche se siamo due romantici rottami, sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte."

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