Cinema / E la censura non c'è più

     E' notizia del 5 aprile 2021, ogni tanto qualcosa che esula dal Covid e dai vaccini, l'abolizione, tramite decreto, della censura cinematografica da parte del Ministro della Cultura Dario Franceschini. Il politico piddino a tal proposito ha espresso la propria soddisfazione per tale provvedimento dichiarando: «Abolita la censura cinematografica, definitivamente superato quel sistema di controlli e interventi che consentiva allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti». In realtà, il provvedimento era previsto dalla Legge sul cinema del 2016 e prevedeva la sostituzione dell'Istituto della censura con un organismo che andasse a classificare le varie pellicole prodotte e distribuite. La nuova Commissione di classificazione sarà composta da cinquanta professionisti del mondo del cinema, della pedagogia, della sociologia, nonché magistrati e rappresentanti delle associazioni dei genitori e delle associazioni animaliste e avrà il compito di adeguare la visione dei film alle varie fasce d'età. Il funzionamento di questa commissione la illustra il Direttore della direzione generale cinema e audiovisivo: «Si mette in essere una sorta di auto regolamentazione. Saranno i produttori o i distributori ad auto classificare l'opera cinematografica, mentre spetterà alla commissione il compito di validare la congruità».

    Fin qui, registriamo con una certa soddisfazione il provvedimento ministeriale, anche se a dire il vero, considerando la tipologia di film che vengono prodotti e distribuiti in Italia, l'abolizione della censura sembra un atto abbastanza inutile. Cerco di spiegarmi meglio. La censura nasce con Regio Decreto nel 1913, con il Governo Salandra, per poi entrare in vigore nel 1914, con lo scopo di limitare la visione di scene diseducative o contrarie alla decenza e al prestigio delle autorità che venivano proposte, da quell'intrattenimento che costava poco a tinte interclassiste che era il cinema. Nel 1920, quindi in un periodo pre-fascista, un altro Regio Decreto, il 531 del 22 aprile 1920, istituì una Commissione che vedeva al suo interno funzionari di Pubblica sicurezza, un magistrato, un educatore, un rappresentante di associazioni umanitarie, una madre di famiglie, nonché esperti nel campo dell'arte e della letteratura. Questa fu la legge sulla quale il fascismo impostò la sua idea di censura, che venne modificata nel 1926, decretando il divieto dei minori di 16 anni e irrigidendo le regole di adesione alle idee del ventennio. C'è da dire però, che il fascismo non intervenne quasi mai, tranne qualche caso, per vietare, controllava certo, e favoriva chiaramente un certo genere spensierato (il cosiddetto cinema dei telefoni bianchi), anche perchè dove il regime si manifestava in maniera più evidente con un controllo totale era nei cinegiornali dell'Istituto Luce, vera cassa di risonanza mediatica, amplificata dal potere delle immagini, dell'ideologia nazionalista fascista. Con la nascita della Repubblica la censura rimane pressochè immutata, anche se l'articolo 21 della Costituzione garantiva la libertà di stampa e di tutte le forme di espressione. Proprio qui ci fermiamo per una riflessione. L'abolizione della censura nel 2021 è probabilmente un atto tardivo, che forse non serve più, in quanto giunge in un periodo di grande omologazione culturale, che, attenzione, non trae origine da un disseccamento della vena creativa dei cineasti, ma dalla creazione di un sistema burocratico che nel corso del tempo, grazie all'adozione di varie leggi e decreti, ha posto condizioni tali, che in Italia si creasse un oligopolio produttivo e conseguentemente distributivo. Bisogna sapere che circa il 60% degli incassi in sala è riservato alle Major americane, che lasciano il 30% alle tre produzioni italiane, che lavorano in condizione di oligopolio: Medusa, facente capo a Mediaset, 01 Distribution, facente capo alla RAI e Filmauro. Alle altre piccole e medie produzioni italiane, circa 40, non resta che dividersi un esiguo 11%. 

Vi garantisco che vengono girati tanti bei film che probabilmente non vedremo mai, perchè facenti capo a piccole produzioni che non hanno la forza economica e soprattutto politica per avere una distribuzione capillare. Il paradosso dei nostri tempi, risiede nel fatto che al giorno d'oggi realizzare un film, grazie alla tecnologia disponibile, è abbastanza agevole ed economico. I problemi sorgono al momento di ottenere i fondi ministeriali e al momento della distribuzione, che nel nostro sistema "democratico" purtroppo non è per tutti. Questa situazione ha avuto un decorso negativo negli anni; la varie leggi sul cinema che si sono succedute non hanno che aggravato il problema, creando le condizioni per dare più contributi a chi è più forte economicamente. Come si legge sul Libro bianco del cinema italiano, Lo Stato delle cose: «A prescindere dalla qualità dei film prodotti desta perplessità il fatto che le uniche realtà industriali italiane che dispongono di ingenti risorse finanziarie (viste le ottime performance di mercato del loro listino), siano destinatarie di finanziamenti pubblici di entità considerevole, sia contributi sugli incassi, sia ex ante per produrre i propri film». Esistono realtà non legate all'industria del cinema dove è possibile vedere film interessanti, anche se, come testimonia la chiusura dell'Azzurro Scipioni di Roma, punto di riferimento del cinema d'autore della capitale, andremo incontro, in futuro, ad una contrazione anche di quelle isole felici, luoghi del vero pluralismo culturale. Ciò che viene troppo spesso dimenticato,
come osserva Guido Rossi è che: «...Bisognerebbe contestualmente introiettare una seconda verità, che però nessuno ricorda mai: nella storia del capitalismo la libera concorrenza è stata garantita non dal libero mercato, ma dalle leggi antitrust». 

Per concludere un argomento che meriterebbe pagine e pagine di trattazione per il suo impatto sui rapporti di forza all'interno della nostra società, mi preme notare che per la creazione di una società supportata da forti contorni etici (ma non sono sicuro che questo sia al centro degli interessi), il Ministro Franceschini abbia colto il bersaglio meno importante, ossia l'abolizione di un ente ormai anacronistico, mentre sarebbe utile cominciare a mettere mano a provvedimenti che rendano giustizia a tanti cineasti, artisti e creativi che grazie a una burocrazia che nella sostanza smentisce i dettami costituzionali, non possono rendere note le loro opere al grande pubblico come meriterebbero le pellicole, loro e chi ama il cinema, per vedere, oltre ai film, una rinascita culturale e un arricchimento del dibattito democratico in questo paese sempre più disattento.


"Più di trent'anni fa Pierpaolo Pasolini aveva parlato della televisione come responsabile dell'omologazione di massa del popolo italiano. Ma quella era preistoria, vaghi e indistinti tentativi di controllare un potere (quello televisivo) di cui non si riusciva a cogliere il vero e micidiale potenziale eversivo. Partiti, Parlamento, Chiesa, Scuola, Istituzioni, scompaiono e si dileguano di fronte alla geometrica potenza di fuoco di un gruppo di burocrati creativi al servizio di un potere che leninisticamente detta le condizioni per la sopravvivenza di una parvenza di democrazia. Nessuna legge sul conflitto di interessi è ne sarà mai possibile, nessun Salò (l'ultimo film di Pasolini) sarà mai fatto o trasmesso, nessun Papa potrà mai esistere, nessun Verbo potrà mai più essere seminato nel cuore degli uomini, nessun partito potrà mai avere una propria vita autonoma, ma solo un immenso blob di cosce nude, messe cantate, adunate telecomandate, giochi a premi, partite di calcio, cocainomani che dettano sentenze, ladri e ruffiani spacciati come eroi e modelli da imitare, storia riscritta dai burocrati e prezzolati registi in improbabili fiction e innocui filmetti giovanilistici".
                                                                                                                                                                                                                Pasquale Scimeca




Bibliografia:

S. Pecoraro-A. Rossetti-N. Russo-P. Scimeca, Lo Stato delle cose. Vizi privati, pubbliche virtù del cinema italiano, ANAC, Nuova iniziativa culturale, Roma, 2008.

Gian Piero Brunetta, Guida alla storia del cinema italiano 1905-2003, Einaudi, Torino, 2003.

Guido Rossi, Il mercato d'azzardo, Adelphi, 2008.



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