Cinema / Futura: in viaggio tra i "divenenti"

    Nel gennaio del 2020 tre amici, registi per professione, nello specifico Pietro Marcello, Alice Rorhwacher e Francesco Munzi, decidono di girare qualcosa insieme. La loro attenzione si posa sui giovani italiani, o meglio, sui desideri, l'immaginario, quindi il futuro di questi giovani: nasce così il lungometraggio Futura. La loro idea è molto semplice: con in spalla una cinepresa 16 mm. il loro intento è di chiedere a giovani appartenenti alla fascia d'età 15 - 20 anni, di varia estrazione culturale, diverse aspirazioni e sparsi su tutto il territorio nazionale, come immaginano il loro futuro. La fascia di età scelta per portare a compimento questo documento è particolare: non più bambini ma nemmeno adulti, bensì "divenenti" come vengono brillantemente definiti dalla voice off che accompagna lo spettatore. Si potrebbe pensare che essendo "divenenti" il futuro venga forgiato su misura per loro, proprio su chi in quella fase della vita è pieno di entusiasmo e voglia di fare, al pari di fiori pronti per sbocciare per inondare il mondo del loro profumo. Tuttavia da ciò che emerge dalle interviste, sempre svolte in gruppo per rimarcare la coralità del progetto, non è proprio così. In realtà emerge con forza che i giovani vivono forti inquietudini per la direzione che ha preso il mondo e nello specifico il Bel paese, se ancora possiamo chiamarlo così. Le preoccupazioni espresse sono rivolte alla difficoltà di trovare un lavoro che possa permettere loro di realizzare i propri sogni, un lavoro che possa far fiorire le legittime aspirazioni, concretizzare l'immaginario, e fornire anche un reddito adeguato; oppure anche avere l'occasione, attraverso un lavoro, di aiutare i genitori anziani che tanto hanno dato in termini di sacrifici per crescere quei figli che giustamente e responsabilmente pensano di far tornare indietro quanto ricevuto. Ne esce un quadro di rilevanza antropologica capace di fissare degli stati d'animo in un periodo specifico. Un punto fermo documentale che potrà essere consultato anche tra vent'anni al fine di fare confronti, analisi, comparazioni e commenti su dove saremo/saranno arrivati. 

    La lavorazione del film si è dovuta scontrare con l'emergenza Covid e ha dovuto subire gli stop dovuti ai lockdown andando avanti secondo le chiusure e le aperture decretate dal governo; questo fatto, ovviamente inaspettato, ha apportato alla costruzione delle singole storie componenti il mosaico, un maggior senso di inquietudine nei ragazzi, dovuta all'incertezza portata dalla pan-sindemia, all'incapacità di leggere anche il futuro più prossimo, difficoltà su difficoltà, incertezza estrema che si va a collocare in un paesaggio futuribile pieno di incognite, addirittura maggiori rispetto al periodo pre-Covid. A questo proposito vale la pena soffermarsi su alcuni punti: quasi tutti i giovani sottolineano l'inutilità dello studio, sia per quanto riguarda la sfera economica (un ragazzo di Napoli sostiene che non conviene prendere la maturità per lavare le tazzine in un bar per una retribuzione da fame) sia per la capacità di incidere nella società (significativa la testimonianza di uno studente di materie umanistiche della Normale di Pisa). Emerge quindi un profilo di società, governata da adulti, che ha perso la capacità di ascoltare e valorizzare i giovani, e non solo. Si materializza, dalla voce di ragazze e ragazzi, la sensazione di una politica assente, incapace di investire sui giovani, incapace di dar loro una possibilità, come altresì incapace di alzare le retribuzioni, far valere il merito, di far spazio alla cultura gratificando chi ha deciso di studiare. Come sottolinea Alice Rorhwacher, i desideri dei giovani, il loro immaginario riguardante il futuro, ci parlano delle difficoltà del presente e della mancata capacità di analisi del passato (durante l'intervista ad un gruppo di studenti di Genova, nessuno degli intervistati si sa esprimere adeguatamente riguardo ai fatti del G8 che hanno avuto luogo del capoluogo ligure nel 2001).


    Il merito maggiore del film, a mio avviso, va rintracciato nel tentativo di superare la difficoltà di immaginare il futuro, presi come siamo nell'esaltazione del presente come unica istanza che valga la pena di vivere. Significativo a questo proposito il pensiero dell'antropologo francese Marc Augé quando scrive:

Il problema è che oggi sul pianeta regna un'ideologia del presente e dell'evidenza che paralizza lo sforzo di pensare il presente come storia, un'ideologia impegnata a rendere obsoleti gli insegnamenti del passato, ma anche il desiderio di immaginare il futuro.

    Futura è proprio questo, ovvero pensare il presente come storia e il futuro come un territorio generato dal desiderio, da un fine, verso il quale sono protesi gli sforzi dei giovani per legittimare e giustificare la loro presenza in questo mondo. Il presente eterno dei nostri tempi, per dirla sempre con Augé, sembra annullare qualsiasi pensiero riferito al futuro, così come al passato: si vive inconsapevolmente avendo dimenticato da dove si viene e ignorando dove si va; per dirla in altre parole, si vive l'epoca dei mercanti, del mordi e fuggi, ignorando gli ammonimenti degli storici e non credendo alle visioni degli artisti. Risultato di questa rimozione epocale è lo stato di angoscia esistenziale che traspare dalle dichiarazioni dei ragazzi, sradicati dal passato e con un futuro, per loro stessa ammissione, dalle tinte fosche. Mi ha particolarmente colpito quanto detto da una ragazza, riguardo al fatto di sapere benissimo come sarà la sua giornata l'indomani, anche dopodomani, riesce perfino ad immaginare se stessa tra una settimana, ma non tra dieci anni, dove il futuro è per lei illeggibile, un oggetto informe dai contorni indefiniti, vacuo, portatore di angosce difficilmente esprimibili.

    Futura è il risultato di un progetto straordinariamente utile, un audiovisivo che pone domande, in controtendenza rispetto al gran numero di film che danno scontate risposte. Un film della durata di 110 minuti che si fa seguire con attenzione, sfruttando una leggera tensione superficiale che non permette mai un sussulto di stanchezza nello spettatore, e pregio ancora maggiore, una volta usciti dalla sala, quei volti, quelle parole, quelle immagini, riescono a mettere in moto il pensiero, producendo una scintilla di vitalità intellettuale non disgiunta da un afflato affettuoso verso l'essere umano da sempre in lotta contro un potere che cerca incessantemente di privarlo dei sogni per sottrargli il futuro.



Bibliografia:

Marc Augé, Che fine ha fatto il futuro?, Eleuthèra, Milano, 2020.


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