Cinema / Donne che guardano il mare

La storia del cinema è essenzialmente la storia dello sguardo umano. Un itinerario che attraverso lo strumento della cinepresa ha visto l'evoluzione dell'uomo in rapporto all'ambiente.
Il percorso della visione parte dai fratelli Lumiere e strada facendo, in relazione anche ad aspetti politico-esistenziali, ha preso forme diverse. In origine la ripresa di immagini in movimento ebbe una valenza per lo più esplorativa e di sorpresa delle possibilità tecniche del mezzo, dove i rapporti soggetto-paesaggio non vengono ancora esplorati. In un secondo momento, grazie all'introduzione della prassi della narrazione per immagini, il paesaggio entra a pieno titolo nella storia raccontata. Il passo che porta alle avanguardie a questo punto è breve e il cinema si rende costruttore di realtà immaginarie e storie surreali con valenza simbolica, fino a giungere ad una realtà dove lo sguardo si ferma e con esso la narrazione, per acquisire una dimensione pittorica tendente ad esaltare l'estetica e l'etica dell'immagine. In questo contesto mi piace soffermarmi sull'iconografia della donna che guarda il mare.

Come ci ricorda Sandro Bernardi "Il cinema narrativo è un'architettura di punti di vista in cui il narratore (e con lui lo spettatore) si sposta continuamente per trovarsi sempre al centro della situazione...ma certe volte il racconto si ferma...e ci lascia in compagnia di noi stessi  e della cinepresa che rimane come incantata a guardare, a volte addirittura perde di vista la storia..." e molto spesso questa pausa riflessiva è stata assegnata a donne che guardano il mare, ricollocando su pellicola l'immagine che molti pittori avevano fissato sulla tela.


done mare sguardo
Dipinto di Winslow Homer
Donne che aspettano il marito fissando l'orizzonte sono molto frequenti nel cinema di Griffith come in Enoch Arden, cortometraggio muto del 1911, oppure in The Unchanging Sea, cortometraggio del 1910 che vede la moglie di un pescatore non rassegnarsi al naufragio della barca del marito e continuare a fissare le onde per anni nella speranza di una sua ricomparsa. Probabilmente l'ideale iconico va ricercato nei dipinti di Winslow Homer, pittore statunitense deceduto nel 1910, che nei suoi lavori concentra la sua forza espressiva nella rappresentazione della figura umana nella sua solitudine e spesso in lotta contro una natura insensibile alle sue sofferenze. Seguendo questo cammino lastricato di sguardi che indagano il mistero dell'esistenza, non possiamo non imbatterci nelle donne che scrutano il mare in Finis Terrae, film-documentario di Epstein del 1928 girato con attori non professionisti, precursore de L'uomo di Aran di Flaherty e La Terra Trema del nostro Visconti. Protagonisti gli sguardi malinconici e pieni di speranza delle compagne dei pescatori vittime della furia della natura.
Luchino Visconti
Fotogramma tratto da La terra trema
Questi sguardi che sospendono il tempo della narrazione con la loro connotazione riflessiva ci portano direttamente al Neorealismo italiano, regno indiscusso dell'intrusione di spazi apparentemente extradiegetici dove il paesaggio si unifica al pensiero, diviene attraverso di esso emozione, o come dirà Antonioni, incarnerà "Il mistero dell'immagine" a proposito dell'icona di Claudia (Monica Vitti) ne L'avventura. Mistero dell'esistenza che indaga il contrasto tra la bellezza e l'ostilità dei luoghi, attraverso lo sguardo di Karen (Ingrid Bergman) in Stromboli di Roberto Rossellini.
Più vicini a noi, degno di nota lo sguardo di Sarah (Meryl Streep) protagonista de La donna del tenente francese di Reisz, film del 1981 tratto da un romanzo di Fowles, oppure lo sguardo di Isabelle Adjani nel film di Truffaut, Adele H. una storia d'amore del 1975, pellicola che narra la storia tratta dai diari di Adele Hugo, secondogenita dello scrittore, che fugge in Canada per amore contrariando i voleri del padre.

Ma cosa c'è in questi sguardi? Dove sono rivolti?
reisz
Fotogramma tratto da La donna del tenente francese
Sotto il profilo psicoanalitico il mare tende a rappresentare l'inconscio, quindi, quella parte non conosciuta, profonda, dell'essere umano. Il mare è una grande distesa, vasta e profonda, di quel liquido che è simbolo di vita. Inoltre, l'acqua può assumere infinite forme grazie alla sua adattabilità e fluidità, caratteristiche queste tipicamente femminili. Lo stesso mare può essere placido e calmo ma anche fortemente perturbato e in burrasca; l'acqua marina può curare le ferite e dare la vita ma anche toglierla.

Lo sguardo di queste donne è rivolto lontano, oltre la linea dell'orizzonte, ma forse è uno sguardo introflesso, verso un mare che è contenuto dentro di loro, che pare rivolto all'oggetto dell'attesa, ma che in realtà sta elaborando tutte le storie possibili. Il paesaggio, in questo caso marino, riveste allora la funzione di un immensa lavagna-specchio che il movimento delle onde cancella continuamente ma che lo sguardo, in questo caso specificatamente femminile, riscrive ogni volta con contenuti poetici sempre nuovi. Un guardare quindi, che va oltre la narrazione e nella sua immobilità nella quale ingabbia il presente sta in realtà vagando tra le gioie e le ferite del passato e i desideri incarnati dal futuro.


Bibliografia:
Sandro Bernardi, Il paesaggio nel cinema italiano, Marsilio Editore, 2002



 

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